Come sono cambiati i ruoli all’interno della famiglia?
Ha ancora senso parlare di funzione “materna” e funzione
“paterna”?
Sono cambiate anche le regole?
Chi è che dice no?
Come orientarsi tra severità e permissivismo?
Come sono cambiati i ruoli all’interno della famiglia?
I ruoli tradizionali all'interno della famiglia prevedevano una
mamma che accoglie, accudisce, contiene e consola, e un papà che
stabilisce le regole, definisce i limiti e tiene i rapporti con il
mondo esterno. Per ogni ruolo una funzione chiara e precisa: la
mamma custodisce la casa e si prende cura dei bambini, il papà
mantiene la famiglia e prende le decisioni importanti, anche
relativamente all’educazione dei figli. Oggi questa
corrispondenza tra ruoli e funzioni è venuta meno, e le madri si
trovano spesso ad esercitare delle funzioni attribuite
tradizionalmente ai padri e viceversa.
Ha ancora senso parlare di funzione “materna” e funzione
“paterna”?
Le mamme continuano a mantenere la capacità di accogliere e
consolare i figli, ma il loro ruolo non si esaurisce più soltanto
in questa funzione: le donne oggi lavorano fuori casa, sono spesso
economicamente autonome e ciò consente loro di prendere decisioni
importanti e di rappresentare per i figli quell’autorità che
veniva attribuita un tempo in maniera quasi esclusiva ai padri.
Parallelamente un papà costituisce sempre un punto di riferimento
per i figli, ma può oggi dedicarsi all’accudimento e al
sostegno emotivo anche grazie alla maggiore quantità di tempo che
trascorre in casa, senza aver paura di perdere la sua
autorevolezza. Questo aumento della flessibilità dei ruoli
costituisce una grande risorsa per la famiglia contemporanea, che
può così più facilmente adattarsi alle nuove realtà sociali e
lavorative.
Sono cambiate anche le regole?
Questa maggiore elasticità dei ruoli e delle funzioni condiziona
inevitabilmente anche la definizione delle regole e dei confini
che si stabiliscono nell’educazione dei figli. Le maglie strette
del controllo e della disciplina si sono allentate, lasciando
spazio al dialogo e alla mediazione tra le parti. Non c’è più
l’imposizione, ma la ricerca del compromesso. I confini si sono
allargati, a favore di un più stretto contatto emotivo e di un
clima familiare più rilassato, in cui anche i figli, fin da
piccoli, possono esprimere la loro opinione e gestire se stessi
con più autonomia, partecipando all’organizzazione della
famiglia e alle sue decisioni.
Questo nuovo modo di intendere le regole conduce i figli ad una
precoce responsabilizzazione coinvolgendoli, a differenza del
passato, in tutte le scelte che li riguardano. Questo però
presuppone che essi sappiano già ciò che è meglio per loro,
cosa che non è così scontata.
Chi è che dice no?
Il no, inteso come divieto o come restrizione, viene oggi usato
dai genitori in maniera sempre meno frequente. Si preferisce
giungere ad un accordo, ad un compromesso tra regole degli adulti
ed esigenze dei bambini, ricorrendo al dialogo, alla spiegazione
del divieto, giungendo per piccoli passi a convincere i figli
della sua necessità. In altri casi, poi, l’opportunità o meno
di istituire una regola viene messa in discussione dagli stessi
genitori, timorosi di essere considerati eccessivamente severi. In
tal caso il dialogo con i figli verte sull’argomento in
questione, e i bambini vengono invitati a esprimere la loro
opinione come se avesse il medesimo peso di quella dei genitori.
All’altro estremo del "continuum" regole-non regole ci
sono addirittura genitori che non ritengono opportuno dare alcuna
regola, né imporre divieti, confidando completamente nella
capacità dei figli di decidere da soli cosa è meglio per loro.
È evidente che tale comportamento di deresponsabilizzazione da
parte degli adulti si traduce in una responsabilizzazione del
tutto eccessiva a carico dei bambini, da cui si pretende una
maturità di giudizio che, per definizione, essi non posseggono
ancora.
Come orientarsi tra severità e permissivismo?
A rischio di sembrare banali, non si può che affermare che, come
sempre, in medio stat virtus: l’abbandono del dispotismo
genitoriale, in voga almeno fino alla metà del secolo scorso, è
stato di sicuro un bene per tutti. Per i genitori, che i figli
hanno cominciato a considerare più vicini, confidandosi con loro,
e di sicuro per i bambini, per i quali l’attribuzione di un
certo grado di responsabilità personale costituisce un passaggio
fondamentale per una crescita equilibrata. D’altro canto il
prevalere, da parte dei genitori, di un atteggiamento di totale
indulgenza nei confronti dei figli comporta il concreto rischio di
dimenticare che un ragazzo, per quanto maturo sia, non lo sarà
mai quanto un adulto, ed avrà sempre bisogno (fino a quando,
appunto, non lo diventerà lui stesso) del consiglio del genitore
e della sua funzione di orientamento nella realtà che si esplica
anche attraverso lo strumento del divieto.
L’assenza di regole e di limiti, considerata a torto come
garanzia di libertà, per favorire la piena espressione di sé, si
trasforma invece per i piccoli in confusione e smarrimento,
rendendoli paradossalmente più insicuri e meno liberi. I limiti
posti da un genitore sollevano infatti il bambino dalla
responsabilità enorme di giudicare un mondo spesso ancora troppo
complesso per la sua visione parziale. Tali limiti consenteno al
bambino di vivere la propria vita sentendosi “al riparo”, con
il sostegno e la protezione dell’adulto che gli sta accanto. Un
divieto non spiegato, a volte, può essere più rassicurante di
mille spiegazioni.
A cura di Chiara Mezzalama
Psicologa, psicoterapeuta, AIPPI
e di Laura Mercuri
Psicologa, psicoterapeuta
Rubrica a cura di Bianca Micanzi Ravagli
Membro didatta AIPPI
Redazione della rivista Richard & Piggle
© Il Pensiero Scientifico Editore
Fonte: http://it.health.yahoo.net