La
notizia inaspettata e dolorosa della sua sua morte (articolo)
mi ha portato a scrivere queste poche righe in suo ricordo.
Nonostante abbia incontrato il dr. Micheli
poche volte, rispetto a quante avrei voluto, ho potuto respirare
la grande passione che lo legava al suo lavoro con i bambini
autistici e le loro famiglie.
Era una persona e un professionista leale,
sincero, concreto e umile.
Veramente appassionato del suo lavoro, tanto
da essere dispiaciuto e amareggiato nel suo cuore di come in
Italia è stato travisato e “pasticciato”, come lui
diceva, il TEACCH qui in Italia.
In tutti gli incontri che ho avuto con lui,
si animava sempre sottolineando che bisognava recuperare il
'cuore' di questa filosofia che era proprio quella di prendersi
veramente in carico tutte le difficoltà e tutti i problemi di
questi bambini e delle loro famiglie.
Durante le sue lezioni, cercava in tutti modi
di trasmettere non solo il suo sapere 'accademico' ma soprattutto
il suo sapere 'emozionale', la sua esperienza, il suo amore e la
sua passione per il lavoro che svolgeva, sempre con umiltà.
Vorrei riportare alcune frasi che gli ho
sentito dire in tutte le occasioni in cui l'ho incontrato e la
riflessione a cui mi hanno portato:
-
“La conoscenza fa parte del processo di salute
mentale”.
Nella versione precedente di questo sito c'era una frase proprio sulla conoscenza, concetto
per me di fondamentale importanza. Conoscere vuol dire
avere una possibilità di scelta maggiore, vuol dire non
soccombere nel mare di informazioni che ci arrivano, vuol dire
avere gli strumenti necessari per porsi degli obiettivi fattibili
e non perdersi al primo insuccesso.
Nell'ambito del lavoro questo si
traduce nel dover coinvolgere gli operatori, ma soprattutto i
genitori, nel processo educativo del loro bambino. Sono loro che
devono essere portati pian piano alla conoscenza non solo del loro
bambino, che già molto probabilmente conoscono meglio di chiunque
altro, ma anche delle caratteristiche dell'autismo. Questo li
aiuterà a discernere.
-
“L'organizzazione fa la cura...quando la scuola
è disorganizzata il bambino a scuola perde il 90% del suo tempo”
Ormai è assodato
da una moltitudine di ricerche scientifiche che i bambini con
autismo hanno bisogno di un intervento intensivo, le poche ore di
terapia fatte settimanalmente “non servono a niente”
(per riprendere alcune parole di Micheli). Il bambino passa
veramente tante ore al giorno a scuola, e sono anche le migliori
dal punto di vista dell'apprendimento. E' quindi fondamentale che
la scuola sia ben organizzata per educare questi bambini nella
modalità a loro più congeniali. “Il bambino autistico non
può perdere tempo prezioso” (diceva spesso Micheli), questo
non significa che il bambino dovrà stare seduto a tavolino in una
modalità strutturata tutte le ore che passa a scuola, ma
significa essere preparati professionalmente a saper insegnare al
bambino con autismo non solo a 'studiare', ma anche a giocare, a
fare la fila, ad aspettare il suo turno, a fare passeggiate, a
mangiare a mensa.
La scuola, se non in grado di offrire
questo, dovrebbe mettersi in discussione e chiedere aiuto ad
esperti esterni ad essa.
Veramente ancora
troppo spesso, nelle scuole i bambini sono lasciati a loro stessi.
-
“I genitori devono essere coinvolti, informati
e formati”
Il dr. Micheli teneva moltissimo alla
formazione dei genitori, e nella mia esperienza lavorativa posso
confermare l'importanza di questa frase. Riporto in proposito un
breve scritto di Micheli: “L' effetto dell'informazione e
formazione dei genitori non è soltanto diretto, il miglioramento
del bambino, ma anche indiretto, il benessere di tutta la
famiglia, la diminuzione del rischio di depressione o di altri
aspetti negativi per la salute mentale degli adulti; e aumenta
inoltre nei genitori la capacità di "durare" in un
percorso che, come spesso diciamo ai papà e alle mamme che
incontriamo, "non assomiglia ai cento metri piani ma a una
maratona".
Questa è una
responsabilità che noi professionisti non dobbiamo mai
dimenticare di avere nei confronti dei genitori dei nostri piccoli
pazienti.
-
“Con l'autismo non è il linguaggio che veicola
le informazioni”
E' proprio così,
il bambino con autismo non ha come canale preferenziale quello del
linguaggio per apprendere informazioni. Questo si verifica sia a
livello di insegnamento di nuove abilità cognitive che anche per
le abilità sociali.
Infatti, nel
rapporto con le persone autistiche, sono importanti tutti gli
strumenti di visualizzazione come la token economy, il diario
visivo, le storie sociali, i pecs, il calendario per immagini.
Cosa che ho visto fare sempre troppo poco, soprattutto quando il
bambino o il ragazzo raggiungono una buona abilità di
comprensione verbale. E’ come se scattasse nelle nostre teste
una vocina che ci dice “ma lui capisce”. Il problema non è se
capisce o non capisce, il problema è che, in casi come questi,
continuiamo a associare la mente delle persone autistiche alla
nostra, dimenticandoci che la loro funziona in modo diverso.
In uno degli incontri gli ho chiesto cosa
pensasse di alcuni approcci che lui ha chiamato “new age” e
riporto qui quello che ha scritto sul suo sito che ben racchiude
la risposta che mi diede:
“Comunicazione Facilitata, Delacato,
Auditory Training, Musicoterapia, Delfinoterapia, diete, secretina,
ecc. L'ho chiamato gruppo "new
age", perdonatemi questo termine un po' superficiale per
un gruppo molto variegato, perché vi ho immesso interventi che
non fanno riferimento a un unico modello teorico.
Questo gruppo aumenta la confusione.
Guardando superficialmente l'insieme degli interventi che ho qui
raccolto potrebbe sembrare un cocktail che mescola gli ingredienti
dei due primi gruppi.
Fiducia nel fatto che il bambino ha,
nascoste, le stesse abilità dei bambini a sviluppo tipico;
rifiuto della valutazioni, dei numeri, dei test che potrebbero al
contrario valutarne le vere abilità possedute, oltre ai limiti e
alle difficoltà; l'attribuzione di effetti taumaturgici a
componenti non misurabili né controllabili (nella CF per esempio,
la fiducia tra facilitato e facilitatore che permette
l'espressione di capacità cognitive ed espressive
"nascoste" sotto la crosta dell'handicap); il linguaggio
"scientifico", inteso come parlare di biochimica,
neurologia, infezioni, vaccini, medicine, senza considerazione per
le regole della conoscenza scientifica; come se il parlare di
argomenti biologici o chimici fosse di per se qualcosa di
scientifico, anche se in realtà si dà fiato a intuizioni, voci,
teorie, ecc, che non hanno la benché minima conferma con l' umile
ma necessario metodo scientifico.
E così compare la "aprassia" della
Comunicazione Facilitata, la "lesione" del metodo
Delacato, i problemi gastrointestinali della secretina, i problemi
uditivi dell'auditory training, tutte cose che potrebbero
caratterizzare molti singoli bambini, ma certamente non tutti.
Internet e il tam tam tra genitori è il
canale di comunicazione preferito da questo filone, è rapido
nell'annunciare successi, nella sua comunicazione fa appello a
componenti emotive, a speranze, a illusioni, a legittimi desideri
di por fine a gravi sofferenze.
Gli insuccessi e i limiti sono dovuti a
congiure della scienza ufficiale, agli scarsi soldi investiti
nella ricerca, al tentativo da parte di non bene identificati
baroni di coprire la verità.
E di nuovo, come con la psicanalisi, il
bambino vero, quello che è indispensabile conoscere e rispettare,
viene oscurato da un bambino immaginato, e di nuovo si
"perdono i treni".
Credo che sia necessario sostenere la
necessità, l'opportunità, l'utilità di una scelta tra questi
modelli di fondo e il pericolo e il danno derivato da scelte non
chiare o confusioni.
Non sempre la necessità di una scelta è
chiara; per esempio, molti operatori legati al modello
psicodinamico vedono la necessità e l'efficacia di interventi
educativi, ma non si decidono a fare una scelta chiara perché,
giustamente interessati alla relazione con il bambino e alla sua
crescita emotiva oltre che cognitiva o pratica, pensano che
l'unico modello che contempli attenzione a queste variabili sia
quello psicodinamico.
Questo purtroppo è frutto di una scarsa
diffusione dell'importanza attribuita alle emozioni, alle
relazioni, al benessere personale dal modello di riferimento degli
interventi psicoeducativi, e che oggi non c'è più bisogno di
psicanalisi per occuparsi di questi aspetti fondamentali.
Una volta fatta questa scelta, buona parte
della confusione scompare, e ci si può finalmente dedicare a
ricavare il massimo possibile, per l'interesse del bambino e dei
suoi famigliari, dalle pratiche di intervento coerenti con questa
scelta, e a scartare come rumore e confusione inutile e dannosa i
continui tentativi di "inquinare" la scelta con proposte
che fanno capo a un gruppo che ha modelli di fondo differenti.
Il modello psicoeducativo è quello da me
scelto.
Naturalmente altri potrebbero fare altre
scelte; possono buttarsi con fede nel mondo dei segreti e misteri
della natura con occhi prescientifici; l'importante è che questa
scelta, se fatta, sia fatta da chi è in grado e ha il compito di
discriminare, è consapevole di aver fatto una scelta, di averla
fatta sulla base di valide informazioni. La confusione viene dalla
non chiara discriminazione, e il danno che ne deriva è
l'oscillazione tra i due mondi: quello delle conoscenze derivate
dall'osservazione e del severo controllo e quello dei
"miracoli" delle cure alternative. Il danno si ha quando
un intervento che da risultati lenti ma probabilmente destinati a
continuare nel tempo viene abbandonato per l'ultima moda di
trattamento alternativo, alterando in questo modo il sicuro
cammino, che è uno dei requisiti per una efficacia del
trattamento con le persone autistiche. Il danno è la sfiducia che
ne deriva per ogni intervento. Altro danno della confusione è
l'alto prezzo che le illusioni chiedono di pagare, a volte in
termini di soldi, ma spesso anche solo in termini di
sconvolgimento di un sistema di vita che già è faticoso: pensate
alle diete, che in vista di risultati mai sostanzialmente
documentati chiedono di contrastare continuamente i desideri
alimentari del bambino, sconvolgono le abitudini alimentari di una
famiglia e a volte sono dannose in quanto tolgono sostanze
nutritive fondamentali.
Rispettando le scelte e le credenze diverse
dalle mie, io non posso che dichiarare che il mio sforzo è quello
di sostenere la fiducia, la fatica, di persone fortemente provate,
aiutarli a tener duro, a continuare, a modificare gli interventi
con gradualità e attento studio. In scienza e coscienza, questo
è il lavoro da fare, dato che le evidenze scientifiche sostengono
questo atteggiamento. E' compito degli psichiatri, degli
psicologi, dei clinici, riflettere seriamente su questa scelta, e
svolgere in modo più assertivo la loro funzione di guida e
informazione per le persone che a loro si rivolgono, senza quei
timori che spesso lasciano aperta la porta alla confusione”.
In conclusione, posso dire che tra le cose
più importanti che Micheli ha fatto per me, è l'aver rivaluto il
TEACCH e aver capito finalmente la sua filosofia, storpiata dalla
maggior parte degli italiani, e la potenzialità che offre nel
riconoscere dignità al bambino autistico. (Si possono legger in
proposito le pagine che lui ha scritto sul suo sito).
L'individualizzazione, la flessibilità
e l'indipendenza sono concetti fondamentali e obiettivi
che mi pongo davanti e con ogni bambino e famiglia che incontro
nel mio lavoro grazie agli insegnamenti avuti da Micheli.
Grazie, caro Micheli, di tutto. Buon viaggio
e buon riposo.
Paola Romitelli