Sin
dall’introduzione del trattamento antidepressivo con gli
inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI),
nel 1980, vi sono state polemiche sull’incremento di suicidi
indotto da tale cura. Nel 2003 il sistema sanitario britannico
emanò delle direttive per controindicare l’uso di paroxetina,
citalopram ed altri SSRI quali farmaci antidepressivi per i
giovani; successivamente, negli USA, la FDA ed un gruppo
indipendente della Columbia Univesity iniziarono una sorveglianza
statistica della correlazione: uso degli SSRI-suicidi, tale
indagine, che indusse a ridurre le prescrizioni di simili farmaci
quale cura della depressione nei bambini, si estese a tutti gli
antidepressivi ed all’osservazione anche negli adulti.
La questione rimane tutt’ora controversa vi è, infatti, un’evidenza statistica, anche se minima, dell’incremento di suicidi nelle prime settimane di trattamento o in fase di aggiustamento delle dosi, ma non se ne conosce la causa.
Per cercare di fare chiarezza sulla questione, ossia il meccanismo associato all’aumentato rischio di suicidio nei pazienti depressi durante il trattamento farmacologico, un gruppo di scienziati, diretto dal Dr. Francis McMahon del National Institute of Mental Health (NIMH) a Bethesda - Maryland, ha effettuato una ricerca per individuare eventuali variazioni genetiche associate a pensieri suicidi.
I risultati dell’indagine (l’individuazione
di due marcatori, ossia piccoli tratti di DNA -GRIA3 e
GRIK2-, associati all’incremento di tale rischio) sono stati
riportati sul numero di ottobre della rivista “The
American Journal of Psychiatry” (“Genetic
Markers of Suicidal Ideation Emerging During Citalopram Treatment
of Major Depression” - Gonzalo Laje, M.D., Silvia Paddock, Ph.D.,
Husseini Manji, M.D., A. John Rush, M.D., Alexander F. Wilson,
Ph.D., Dennis Charney, M.D. and Francis J. McMahon, M.D.).
L’indagine è stata condotta su un campione di 1.915 partecipanti (adulti affetti da depressione maggiore, trattati con l’SSRI citalopram) genotipizzati per 768 polimorfismi a nucleotide singolo in 68 geni candidati.
Le conclusioni sono state tratte paragonando la frequenza degli alleli e dei genotipi tra I 120 partecipanti che hanno sviluppato idee suicide durante il trattamento ed i soggetti che non hanno manifestato tale effetto collaterale.
I geni indagati codificano per recettori del glutammato, un neurotrasmettitore implicato nell’apprendimento e nella memoria.
Dalla ricerca risulta che una minuscola variazione, nella regione “marcatore” di tali geni, è ciò che distingue coloro che svilupperanno pensieri suicidi, durante l’assunzione del farmaco, da coloro che non manifesteranno tali idee.
Nei portatori della variazione GRIA3, il rischio di sviluppare pensieri suicidi è risultato quasi doppio, rispetto a chi non ha tale marcatore; nei soggetti con variazione GRIK2 si è avuto un incremento di rischio di 8 volte, in coloro che avevano entrambe le variazioni (un fenomeno rarissimo) l’aumento di rischio è stato di 15 volte.
Per quanto tale studio possa risultare promettente sono gli stessi ricercatori ad evidenziarne i limiti:
· la ricerca è stata condotta su un gruppo ristretto senza doppio cieco, con un solo farmaco (benché il più utilizzato e chimicamente molto simile agli altri SSRI)
· sono stati indagati solo 68 geni, ritenuti preventivamente quelli, probabilmente, più coinvolti, non è escluso che vi siano altri geni determinanti, (per esempio uno studio precedente aveva individuato una correlazione tra il marcatore CREB1 e l’aumento di idee suicide in maschi adulti depressi)
· i pazienti che hanno manifestato idee suicide sono gli stessi per i quali i farmaci sono risultati poco efficaci, il che ha reso difficoltosa l’interpretazione dei fatti
· vi è la necessità di ulteriori studi per confermare i dati acquisiti
Nonostante ciò, tale indagine è la più ampia e sistematica fin’ora condotta in questo ambito, va inoltre notata la specificità della correlazione dei marcatori individuati e l’insorgere di idee sucide in corso di terapia rispetto alla non-relazione di tali marcatori con la tendenza al suicidio in generale.
Osservazioni di questo tipo possono servire a chiarire, sempre meglio, gli effetti dell’interazione geni-ambiente il che migliorerà la specificità delle cure e accrescerà la consapevolezza che il processo dinamico che modula l’espressione genica rende arbitrario qualsiasi giudizio perentorio sul prevalere dei geni o dell’ambiente.
A cura di Giovina Ruberti
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