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I Disturbi Alimentari

 

A volte la cronaca, come un riflettore ad intermittenza, illumina fenomeni quotidiani che così, d’improvviso, sembrano emergenziali, poi tornano nel cono d’ombra dell’oblio.

La richiesta da parte del ministro Melandri agli stilisti di adottare il criterio dell’indice di massa corporea nell’ingaggio delle modelle (ossia di richiedere, come accade per altre occupazioni “la sana costituzione”) ha riportato al centro dell’attenzione l’anoressia. E’ senz’altro positivo non premiare la malattia, ma non credo che questo inciderà, più di tanto, sui comportamenti alimentari.

Da sempre l’adolescenza, il passaggio più o meno rapido dall’infanzia all’età adulta, si manifesta con disagio, incertezza, dubbi, vere e proprie difficoltà esistenziali più o meno marcate.

E’ della biologia che le modifiche ormonali, il ridisegnarsi del corpo, l’insorgere di pulsioni precedentemente sconosciute sia critico; è della cultura determinare come affrontare questo passaggio e semplificarlo o drammatizzarlo.

La cultura contemporanea, dai ruoli sfumati, che sembrava averci baconianamente emancipato dagli idoli (gli idoli della tribù, comuni a tutti gli uomini, dovuti all’insufficienza dei sensi; gli idoli della spelonca, propri di ciascun individuo, che dipendono dall’educazione, dalle abitudini, dai casi fortuiti della vita personale; gli idoli del foro, generati dalle convenzioni umane necessarie alla convivenza; gli idoli del teatro, cioè i sistemi filosofici, le ideologie, le costruzioni intellettuali), d’un tratto si scopre smarrita, senza riferimenti e quindi desiderosa di “fuggire dalla libertà” per farsi rassicurare da un incontestato “principio di autorità”, che tuttavia non esiste.

Ci si ritrova in un medioevo pre Erasmo da Rotterdam in cui si confondono i bambini con adulti in miniatura e di conseguenza, da una parte ci si svincola dal ruolo di genitori, dall’altra si chiedono - ora la legalizzazione della pedofilia, ora la condannabilità del minore parificata a quella del maggiorenne. Non ci si interroga sul significato di “infanzia”, “minorenne”, “potestà dei genitori”, “educazione”. Non ci si rende conto che il bambino è “qualitativamente” diverso dall’adulto e che il processo di crescita non consiste in un mero aumento delle dimensioni, ma in una vera e propria “costruzione corporea e cerebrale” che sarà “sana” solo nelle condizioni appropriate, che devono essere “fornite” dai genitori; quindi se diventare un genitore è forse un diritto, fare il genitore è senz’altro un dovere.

Certo nessun genitore è un isola e quindi nel suo ruolo deve trovare il modo di interagire costruttivamente con tutte le realtà di cui i figli sono parte (i coetanei, la scuola, la “strada”, i media, la società nel suo complesso). Nessuno sminuisce la difficoltà di questo compito, nessuno vuole prendere una posizione manichea e/o trovare una semplice ed univoca causa per tutti i problemi, la vita è complessa, le persone sono complicate, siamo continuamente esposti a messaggi equivoci e contraddittori, tuttavia non si può negare che nel complesso i modelli comportali proposti siano ossessivamente appiattiti su moduli consumistici.

L’invasività della pubblicità  tende a ridurci ad “automi limbici”, cioè con i lobi frontali disattivati, e quindi a trasformarci in  vittime di un’altalenarsi drammatico di comportamenti dovuti all’incapacità di “gestire” gli istinti e l’agire (in campo alimentare l’anoressia-bulimia, in campo sessuale, con una parola anglosassone il sex-addict e la mancanza di desiderio, nel quotidiano, ancora con un termine inglese il work-alcoholic e l’ apatia, in campo economico la dipendenza da shopping e la trasandatezza, ecc.). Qualsiasi comportamento diventa compulsivo, ingestibile, schiavizzante.

Negli adolescenti nei quali, proprio a causa dello sviluppo incompleto, si ha una corteccia prefrontale immatura il soccombere a queste pressioni è ancora più drammatico.

La patologia dei comportamenti è imputabile ad una mancanza di educazione, intesa nel suo senso più ampio, che io definisco come “perfetta armonia derivante da una perfetta padronanza” – ossia un autocontrollo adeguato delle pulsioni, un’autonomia di giudizio e di autovalutazione che ci svincoli sia dal conformismo sia dalla ricerca esasperata del protagonismo (ancora una volta un “baconiano liberarsi dagli idoli”).

L’insorgere di un comportamento inappropriato piuttosto che un altro, derivando dall’interagire di un substrato biologico con un  contesto socio-culturale, affettivo e, più generalmente ambientale, non è facilmente prevedibile.

Il “disturbo” che si presenta è tuttavia sempre un “messaggio”; capire il significato di quel messaggio può far trovare la risposta adeguata e quindi risolutiva.

Per quanto riguarda l’anoressia, (devo specificare che la mia interpretazione è soggettiva ed è più legata a fatti storici che clinici), io la vedo così: la donna prova un vero disagio nell’essere riassunta nella propria fisicità, qualsiasi cosa faccia. Tutto ciò le fa “subire” il corpo come un qualcosa di triviale dal quale emanciparsi. Nell’iconografia sono sempre stati presenti due modelli di donna: quella formosa – dea madre, legata al ruolo riproduttivo-generativo e perciò stesso anche sessuale, e la donna angelicata, desessuata, anima ispiratrice.

Con il prevalere di un patriarcato preponderante e con la conseguente “svalutazione” del femminile, il ruolo biologico ha perso il significato sacrale per diventare condanna ad un ruolo succube. La donna, trasformata in un “oggetto”, disegnato sui desideri e sui bisogni del maschio, può sentirsi “persona” soltanto fuggendo dalla corporalità: o alienandosi in un distacco estraniante dall’uso cinico e strumentale del proprio corpo, o cercando di “sublimarlo” in una “incorporeità” virginale.

L’anoressia in passato veniva definita “santa” perché si presentava con inusitata frequenza nei monasteri, era appannaggio “privilegiato” delle donne di cultura.

Questa stessa dinamica, nella modernità si riproduce, più prosaicamente in un dualismo estetico, comunque materialisticamente edonistico, ma con le stesse valenze (Sophia Loren e Haudry Hepburn, Brigitte Bardot e Twiggy), etc.

Le donne “in carne”, non più gioiosa incarnazione della potenza ctonia e riproduttiva, ma piuttosto svilite a donne oggetto - idoli di una aspirazione orgiastica, compaiono sulla stampa maschile;

quelle anoressiche, come “incorporeità” che si idolatra ma non si possiede, sulle riviste femminili.

Quando la moda si è rivolta a “modelle-donne” la famosa triade Claudia Schiffer, Naomi Campbell e Linda Evangelista, presto sono diventate loro l’argomento, la moda è passata sullo sfondo e le ragazze hanno continuato ad essere anoressiche.

I picchi di età di maggiore frequenza di questa patologia sono: l’adolescenza (l’età della trasformazione a donna) e dopo il primo parto.

A volte penso che persino la richiesta massiva del cesareo sia in parte legata a queste dinamiche.

Il parto è diventato uno spettacolo collettivo con delle sale parto intasate di persone, con le riprese video da mostrare ai conoscenti. La condizione di donna incinta viene esibita come uno status, le copertine delle riviste con queste donne incinte nude sembrano una grottesca riproposizione del culto delle “veneri paleolitiche”, tuttavia senza nessuna sacralità.

Il ruolo della donna rimane sussidiario a quello dell’ uomo, sui bisogni del quale è disegnata la realtà. Quando la donna vuole opporsi riesce a farlo solo scimmiottando la dinamica prevaricante “padrone-schiavo” e così ecco comparire sempre più spesso gli “uomini oggetto” e l’anoressia comincia a diventare un problema anche maschile.

La diffusione di tale patologia, in accordo con questa ipotesi, è legata ad una esasperata “erotizzazione” di qualsiasi comportamento, promossa non solo dalla pubblicità, ma anche da una anaffettività diffusa derivante dall’ anomia sociale.

L’ “erotizzare” anche l’infanzia può essere interpretata come una delle cause dell’insorgere sempre più precoce di questo disturbo. D’altro canto l’erotizzazione spinta è sicuramente, a parere dei medici, uno dei fattori determinanti della pubertà precoce (altra emergenza clinica).

I “consigli” elargiti dai siti che promuovono l’anoressia, che ne sottolineano gli effetti biologici precoci, percepiti non come patogeni, ma come positivi e cioè: l’amenorrea, l’iperattività, l’euforia (dopo l’iniziale prostrazione), il senso di controllo e di potenza, sono un ulteriore riscontro a questa ipotesi.

Penso che analizzare da una prospettiva storica i comportamenti umani aiuti ad individuare rimedi non solo clinici, con questo non voglio auspicare interventi psicanalitici, piuttosto proporre modelli positivi  che possano contrastare il “degrado umano” provocato dall’uniformità di una visione che parcellizza l’essere umano in comparti e lo riduce essenzialmente ad un “apparire valorizzato dall’avere” piuttosto che ad un “essere qualificato dalla complessità”.

(A cura di) Giovina Ruberti

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