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Malattie della psiche

 

Negli anni settanta sono nate le “neuroscienze cognitive”, ossia una fusione di psicologia e neuroscienze, nonostante ciò, ancora oggi si assiste ad una sterile diatriba tra alcuni psicologi accademici che, per citare il neuropsicologo Elkhonon Goldberg: “sono ignoranti del cervello e sono orgogliosi di esserlo” ed alcuni neuroscienziati che, è sempre Goldberg a parlare: “vedono la psicologia con paternalistico disprezzo e considerano il comportamento complesso troppo ‘contaminato’ per essere degno di un serio esame scientifico”.

Vi è ancora una netta distinzione tra le “due culture” (umanistica e scientifica) e non è ancora stata superata la dicotomia mente/cervello. Persiste una diffusa concezione del cervello come organo legato solo al movimento ed alla percezione e della mente come qualcosa tra il culturale e l’immateriale confuso con l’anima e quindi irriducibile al “concreto”.

La “psichiatria” ha conservato l’aurea di sciamanesimo legata alla concezione della malattia come “maleficio e colpa”, si ha difficoltà a capire che il cervello è un organo e che le patologie e disfunzioni di tale organo possono assumere le forme molteplici delle sue funzioni (dalla paralisi di un arto, ad un disturbo comportamentale e/o cognitivo).

E’ vero, considerata la complessità dell’organo, i fattori socioculturali coinvolti nel manifestarsi delle diverse patologie cerebrali e nella loro interpretazione saranno più evidenti che per malattie somatiche, tali fattori saranno fondamentali anche nel trattamento di tali disturbi (pensiamo alle scelte “manicomiali” e repressive piuttosto che curative del recente passato); interverranno anche interessi speculativi delle case farmaceutiche ed ideologici delle “stigmate culturali” usate per connotare come “patologici” comportamenti sgraditi (pensiamo alla dissidenza sovietica “psichiatrizzata” dal regime o all’omosessualità “psichiatrizzata” dalla morale, ecc.), ciò non toglie che come vi è un substrato anatomo-funzionale del movimento di un arto, della vista, dell’udito; vi è altresì un substrato anatomo-funzionale di un sentimento, di un comportamento, di un’allucinazione, di un fenomeno mnemonico, della coscienza, ecc.

Più è complessa la funzione che si studia, più è difficile individuare il substrato biologico ed il “correlato” chimico-fisico, anche perché ciascuna funzione è di fatto composta da un insieme di funzioni più semplici e ciascuna corrisponderà all’attivazione di un insieme di neuroni ed all’emissione di uno o più neurotrasmettitori.

Quanto detto non ha nulla di riduzionistico: il cervello è un organo estremamente plastico, l’interazione dinamica con l’ambiente (nel senso più ampio) lo struttura in modo unico ed irripetibile ed è perciò che non esiste né potrà mai esistere un “clone” umano: noi siamo la nostra storia, che è molto più, anche se non può prescindervi, della nostra biologia.

I recenti studi che hanno dimostrato il danneggiamento dei lobi frontali negli adolescenti, non solo vittime dirette della violenza, ma anche in coloro che la sperimentano come videogioco o ne sono testimoni; gli studi sugli effetti strutturali  (ossia con nascita di cellule e collegamenti neurali) in anziani “riabilitati” cognitivamente ed introdotti in ambienti arricchiti e contesti socializzanti; le innumerevoli ricerche comparative sul carattere e le abilità cognitive in bambini correlate al tipo di educazione ricevuto, sono tutte conferme delle possibilità preventive e riabilitative e perciò stesso patogene, in caso di inadeguatezza, dell’ambiente inteso nel suo senso più ampio.

Quanto detto sottolinea la necessità di indagare i “fattori inducenti” di patologie che potrebbero rimanere latenti e mai scatenarsi evitando tali fattori.

Sostenere questo è comunque diverso dal pretendere che “costruiamo la nostra mente a piacere”, “chi vuole può”, “tutti possiamo diventare geni” e tutte le altre amenità delle pratiche di “autorealizzazione” che confondono un mal digerito idealismo con un ingenuo trascendentalismo.

La scarsa divulgazione scientifica e le sovrastrutture ideologiche che ostacolano con barriere di pregiudizio la ricerca della conoscenza rendono difficile un approccio sereno, proficuo e costruttivo al dramma della malattia mentale.

Molte procedure diagnostiche e terapeutiche si scontrano con gli stessi pregiudizi, si possono citare la TMS (transcranial magnetic stimulation – stimolazione magnetica transcranica), la MST (magnetic seizure therapy- terapia del “grippaggio” magnetico), l’ECT(Electroconvulsive therapy- terapia elettroconvulsiva) è vero che per quest’ultima si e assistito ad una serie di abusi ed ancora oggi viene praticata in modo eccessivo ed inappropriato, ma è altresì vero che in casi di depressione maggiore non suscettibili di miglioramento, sfociati in catatonia il rapporto rischi-benefici fa propendere per questa scelta.

Lo stesso può dirsi per la terapia a base di farmaci antidepressivi SSRI (selective serotonin reuptake inhibitors – inibitori della ricaptazione selettiva della serotonina) il cui beneficio per i bambini e gli adolescenti con gravi forme di depressione è risultato significativamente superiore al rischio di suicidio, come riportato dal Dr. David Brent, un ricercatore dell’ University of Pittsburgh School of Medicine, sul Journal of the American Medical Association., in questo caso le controversie erano sorte non solo per dati statistici fraintesi ma anche perché è discusso l’effetto del farmaco: alcuni ricercatori sostengono che derivi da un incremento nello sviluppo delle sinapsi piuttosto che nel ruolo che gioca nel metabolismo dei neurotrasmettitori (la cosa non è ancora stata chiarita); anche qui bisogna effettuare una “scelta critica e consapevole”, ossia, con l’ausilio di un “medico di fiducia” soppesare i rischi ed i benefici e rendersi conto che in ogni caso un paziente affetto da depressione grave (sotto terapia o meno) è sempre a rischio di suicidio.

Bisognerebbe anche ricordare che gli “interessi speculativi” non sono solo delle case farmaceutiche e dei ricercatori “azionisti” di società che traggono profitti dai brevetti derivanti dalle loro ricerche, ma altrettanto lo sono dei gestori di istituti che assistono malati cronici, del circolo di assistenti sociali ed altri professionisti che lucrano sul disagio familiare, ecc.

Il marcio, così come il buono vi è da entrambe le parti, bisogna nutrirsi di un sano scetticismo, vagliare i risultati con attenzione risalendo alla fonte e verificando la credibilità dei dati (sono da evitare le storie aneddotiche). Non dimentichiamoci che tutto lo studio effettuato dalle riviste scientifiche che stanno approntando nuovi codici deontologici sulla trasparenza e la “verificabilità/falsificabilità” delle ricerche, così come il doveroso ‘sganciamento” tra controllore e controllato, e la partecipazione di statistici di professione per un uso non improprio dei dati sono  stati determinati dall’impegno delle associazioni dei consumatori, dei pazienti e dalle varie leghe ed associazioni che si occupano di specifiche patologie ed handicap.

(A cura di) Giovina Ruberti   

Bibliografia

John Horgan “La Mente Inviolata” Raffaello Cortina Editore

Elkhonon Goldberg “Il paradosso della saggezza” Ponte delle Grazie

Elkhonon Goldberg “L’anima del cervello” UTET

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