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La prevenzione dell'abuso

 

La nostra vita è ormai attraversata da continue valanghe di notizie sui diversi casi di pedofilia, sul turismo sessuale, sul mercato degli organi… ma di quale informazione stiamo parlando? Probabilmente di quel chiasso che copre morbosamente la voce di chi vittima lo è fino in fondo all’anima, e non è solo un nome o un volto o un numero tra le altre “cose” che affollano la nostra quotidianità. E così diamo ragione al giovane Tancredi nel dimostrare che Tutto deve cambiare affinché tutto resti uguale.

La risposta di don Fortunato di Noto, presidente di Meter, alla domanda di prevenzione è stata: «Prima di tutto uscire dal silenzio. Quindi informazione corretta e percorsi educativi che aiutino i bambini a riconoscere che cos’è bene e che cosa è male, e dire loro che ci sono amori distorti. La seconda cosa è che dobbiamo dire a squarciagola che oggi ci sono bambini “orfani” di genitori vivi. Questi bambini sono i più soggetti a questi infami fenomeni di abuso. La terza è che credo che i figli degli altri siano i figli di tutti, quindi occorre la compartecipazione di tutti perché ogni bambino abbia il diritto alla cultura nuova, quella dell’accoglienza».

Dunque si ritiene che “uscire dal silenzio” significhi ben altro che mettere a posto la propria coscienza o fermarsi alla percezione dell’informazione.

La responsabilità è di tutti. Perché il fenomeno -che tale non è- ci abita accanto più di quanto crediamo e -senza falsi allarmismi che rientrano nel gioco delle parti- occorre scegliere chi proteggere.

Spiega l’OMS: L’abuso è evitabile con la prevenzione primaria, secondaria e terziaria: la prima, indirizzata alla popolazione, include l’insegnamento, l’educazione e il sostegno sociale; la seconda, rivolta alle situazioni familiari nelle quali l’abuso è potenzialmente prevedibile, dando un’adeguata  assistenza; la terza, evitando il ripetersi dell’abuso.

Lo scopo della prevenzione primaria è quello di migliorare le competenze genitoriali, le risorse sociali, familiari e personali e le abilità individuali nell’affrontare eventi sfavorevoli o situazioni di svantaggio e di individuare le condizioni di disagio psichico che possono tradursi in fattori di rischio (Gentile M., 2003). Un altro aspetto importante è insegnare ai bambini a conoscere il proprio corpo, i comportamenti sessuali appropriati, le modalità per fronteggiare un’aggressione subita da conoscenti o estranei e insegnare ai bambini a richiedere aiuto in caso di pericolo (Pellai A., 2002).

La prevenzione secondaria, invece, ha come scopo quello di verificare le condizioni di rischio nell’ambiente sociale e in famiglia, in questa fase gli asili, le scuole, i consultori e i reparti pediatrici, potrebbero lavorare in rete per individuare precocemente situazioni di rischio; la formazione degli operatori è fondamentale per renderli in grado di cogliere gli indicatori di abuso e i segnali di aiuto (Oliverio Ferraris, Graziosi, 2001).

Infine la prevenzione terziaria è messa in atto quando l’abuso è avvenuto, è un intervento urgente e di immediato utilizzo nel caso venga fatta diagnosi di abuso sessuale su minore e consiste nella terapia a breve, medio e lungo termine della vittima (Pellai A., 2002).

La scuola diventa un luogo fertile in cui innestare proposte ed effettivi progetti di formazione sia agli insegnanti sia alle famiglie per promuovere effettivamente quel lavoro di rete tanto decantato in cui la condivisione delle competenze permetta una concreta e progressiva responsabilizzazione comunitaria.

La spinta alla realizzazione “quotidiana” della comunity care diventa la coscientizzazione di un’emergenza qual’è la promozione dell’adultità, così necessaria da ribadire in una realtà di anestesia affettiva e deresponsabilizzante che ci fa osservare il mondo dalla nostra circoscritta torre d’avorio, dalla quale i bambini non ci appaiono più come bambini, rispondendo al bisogno brutale di cancellare l’infanzia per non dover ad essa guardare e da essa imparare per diventare adulti migliori.

E non inganniamoci nel credere che il problema sia tutto nell’impegno a diventare più bravi, più efficaci.. La formazione deve sviluppare non solo le competenze cognitive, ma anche e soprattutto le competenze emotive e relazionali (Foti, 2001).

Il livello di preparazione personale non basta rispetto alla volontà di lavorare con gli altri, di condividere degli obiettivi, di allenarsi umilmente all’ascolto ed essere disponibili a mettersi e a farsi mettere in discussione. Cominciamo da noi e non deleghiamo la nostra responsabilità alla società o alle istituzioni, riconoscendo che ognuno ne fa parte e ognuno vi contribuisce qualitativamente con le proprie scelte di vita.

La realtà ha bisogno di essere osservata in tutte le sue angolature per scoprire che le rose fioriscono anche a dicembre [..] l’inatteso che avanza e il desiderio di molti di invertire la rotta e cominciare a riconoscere e a riconoscersi l’impegno, la responsabilità civile, l’etica, la politica nelle scelte, personali e di gruppo, nel serio lavoro che molti svolgono ogni giorno. Si tratta, dunque, di proseguire e di promuovere consapevolezza e un’azione di coscientizzazione collettiva. La prospettiva della resilienza invita a modificare le lenti con cui si osservano i fenomeni, non solo per continuare a sperare, ma anche per agire concretamente nelle pratiche di tutti i giorni (Malaguti, Cyrulnik, 2005).

Il piccolo uomo viene al mondo con un bagaglio inadeguato rispetto alla possibilità di adattarsi attivamente all’ambiente: saranno le persone significative attorno al neonato ad accompagnarlo in questo processo di conoscenza e sperimentazione.

La sua prematurità fisiologica alla nascita è detta scientificamente neotenia, e chiama in causa il concetto di epigenesi, cioè di tutta l’organizzazione progressiva somatica o comportamentale dell’individuo che è una costruzione dipendente sia dal programma genetico che dai materiali e dalle informazioni messe a sua disposizione dall’ambiente, dalle relazioni. Impliciti sono i fattori di rischio personali, familiari e sociali, che hanno comunque un valore prognostico limitato.

La vulnerabilità, la competenza, la resilienza ci aprono alla considerazione della capacità di far fronte (coping) alle necessità dell’epigenesi.

La costruzione epigenetica della vulnerabilità può essere vista come il risultato della percezione da parte del neonato, poi del bambino, poi dell’adolescente, della propria capacità di prevedere gli eventi e di modificarne il corso per mezzo della competenza, che rappresenta la sua capacità adattiva; la resilienza definisce i fattori interni o ambientali di protezione (Marcelli, 1999).

Il disagio è la risposta espressa in uno specifico momento di difficoltà e sofferenza; può manifestarsi a diversi livelli: emotivo, cognitivo, fisico, comportamentale, sociale. È sempre espresso all’interno di un contesto e ha uno specifico significato che bisogna comprendere.

Ma non c’è comprensione senza ascolto attivo; ciò che promuove una lettura adeguata dei segnali di disagio e risposte sensibili e corrette, non è la semplice conoscenza dell’elenco degli indicatori, delle linee guida e delle procedure corrette ma sono le competenze sociali, relazionali ed emotive.

Il disagio minorile è sempre provocato dalla mancanza di fiducia di base: l’abuso, l’abbandono, la trascuratezza hanno insegnato al bambino che non c’è da fidarsi dagli adulti, di quei caregiver che dovrebbero tutelarlo. L’intervento sul disagio deve partire da questo presupposto: il minore deve sapere che può fidarsi di chi si sta occupando di lui, che su di loro può contare, perché sono “diversi” da chi gli ha fatto del male (Abruzzese, 2002).

Dottoressa in psicologia Severina Tuoto

 

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